
Secondo quanto si dice in giro, le api non amano i campi OGM e le zone ad alto contenuto di onde elettromagnetiche generate dai nostri telefonini cellulari (dicono che le ne scombussolano il “sistema di navigazione” impedendogli di riconoscere la propria casa…rimango dubbioso). Si dice anche che Einstein abbia pronunciato la famosa frase che più o meno recita: “Quando le api scompariranno, all’uomo rimarranno solo quattro anni di vita” (ma snopes.com, dimostra che è una bubbola).
Quello che però nessun apicoltore, ecologista, o Einstein di turno ci dice è che le api adorano vivere nei campi da basket. Oddio, forse sto già generalizzando, perché le api di cui parlo sono quelle della Sardegna e più specificamente del campetto da basket dove vado a giocare.
Si sono fatte il loro nido in un interstizio fra il lato frontale del tabellone e la struttura metallica che lo supporta, esattamente nell’angolo superiore destro (fronte a canestro) e ogni santissima estate uno non può tirare la sua classica tabellata-mattone che subito due militari in divisa giallo-nera percorrono un metro e mezzo in picchiata per avvisare noi malcapitati giocatori che da quelle parti ci sono lavori in corso, si prega di non disturbare.
Se la prima reazione è vabbé andiamo nell’altro canestro, la seconda reazione, giunti alla nuova meta, è questo canestro fa schifo. Non mi azzarderei mai ad apostrofare in modo così indegno un canestro, ma vi giuro che quel canestro fa schifo e non c’è altro modo per definirlo. Qualche ragazzino di buona volontà ne ha montato uno nuovo, con tanto di retina in nylon simil-cotone che produce un bellissimo ffrr quando la palla entra liscia. Solo che il ferro di supporto è troppo piccolo, dunque le viti non entrano tutte nel tabellone, e il nostro amato è costretto a vivere sospeso su due sole viti, quelle superiori. Il risultato è un canestro quanto mai mobile e soggetto a piegarsi. Si, piegarsi, perché il ferro di abbassa e si incastra sotto il tabellone e basta un tiro leggermente corto per far piegare (in senso letterale, si storce) il canestro.
E allora cosa fai? Ritenti con la proprietà delle api. E ritenti in tutti i modi, provando prima a giocare pacificamente sperando che non si incazzino, passando poi dal tentato omicidio doloso usando il pallone come grande meretrice di api (risultati scarsini), agli spray anti insetti volanti che usati dal basso non arrivano a destinazione, ma in compenso avvelenano noi grazie al vento indeciso che decide di soffiarci in faccia proprio mentre spruzziamo il veleno. L’anno scorso, in realtà, riuscimmo nella guerra con le armi chimiche grazie a un sistema di scala-umana, nel quale il più alto di noi si sedeva sulle spalle di qualcuno. Quest’anno eravamo tutti bassini, e il più alto aveva sufficiente male alla schiena per declinare l’invito a diventare killer. Il risultato, dopo due giorni di lotta, è stato l’auto-avvelenamento con gli eredi del DDT, il ripiego nel canestro schifoso e le api tranquille nella loro casa sul tabellone.
Ora, dopo una serata di due contro due a metà campo, il canestro schifoso fa ancora più schifo. E’ talmente inclinato che fra un po’ sarà perpendicolare al terreno, fa un rumore terribile, si è incastrato, è montato su un tabellone la cui struttura portante manca di un asse fondamentale per non farlo oscillare troppo quando la palla gli sbatte contro. Vuol dire che non si gioca più, a meno che lo spirito guerrafondaio ci dia la forza per dichiarare nuovamente guerra a degli insetti utilissimi, lavoratori e poetici come le api.
Ma forse non sarà necessario, forse migreremo noi da qualche altra parte, e loro staranno comode in quel buco nel tabellone.
Finché non arriveranno le ruspe.
Già, perché l’amministrazione comunale pare abbia in progetto di smantellare il campo, poco frequentato e considerato inutile (mentre il costosissimo palezzetto dello sport che lo ospita, è talmente utile che oltre a fungere da sala per una scuola di ballo è utilizzato come sale prova dei vari gruppetti locali oltre che come deposito per sedie, sic). Ma se gli amministratori vedono che quei canestri ospitano ancora qualche pallone, allora il campo si potrebbe salvare (pare abbiano detto così) e, chissà, magari anche essere rimesso apposto (sogna, ragazzo, sogna come diceva Vecchioni). Ma quel che più conta è che, frequentandolo, forse si salverà la nostra libertà di giocare a basket senza chiedere il permesso a nessuno; di mettersi d’accordo, prendere la palla e uscire a divertirsi come si faceva da ragazzini e come alcuni ragazzini si ostinano ancora oggi a fare.
Fare la guerra a quelle api è necessario per sperare ancora. Fare la guerra a quelle api è una battaglia contro altri uomini e la loro cultura sportiva e sociale senza lungimiranza e varietà (non credo distruggerebbero mai un campo da calcio, se non per farne uno nuovo) depositata sotto i tacchi delle loro scarpe.
Non vedo l’ora che sia l’estate 2010, ritorneremo grandi!.jpg)





